mercoledì 14 gennaio 2015

Aldous Huxley - Un precursore dei tempi

Se ne andò così: consapevole che la sua ora era giunta, Aldous Huxley chiese alla seconda moglie, la torinese Laura Archera, di somministrargli 100 microgrammi di LSD per via intramuscolare. Espresse questo ultimo desiderio per iscritto, perché il cancro all’esofago ormai non gli consentiva più di parlare. Nonostante le perplessità del medico che prestava assistenza, Laura non esitò a praticargli l’iniezione. Poi gli lesse passi dal Libro tibetano dei morti, uno dei testi preferiti da Huxley negli ultimi anni di vita. Tutto ciò accade a Hollywood il 22 novembre 1963, lo stesso giorno in cui il presidente John F. Kennedy fu assassinato a Dallas. Il modo in cui Huxley scelse di morire contribuì non poco a fare di lui una figura leggendaria per la controcultura degli anni ’60 e i proseliti del «turn on, tune in, drop out», anche se Laura Archera ha sempre precisato che la quantità di acido lisergico e mescalina assunta nello spazio di un decennio dallo scrittore britannico corrispondeva ai trip che i seguaci di Timothy Leary consumavano in una settimana. In effetti, per quanto non amasse riferirsi all’LSD con il termine droga, Aldous Huxley ha più volte posto l’accento sui rischi derivanti da un uso irresponsabile di certe sostanze psicoattive. Nel suo ultimo romanzo, L’isola, si avverte che la medicina moksha «può portarti in paradiso, ma anche all’inferno»; allo stesso modo, in appendice a I diavoli di Loudun, l’opera che da un punto di vista strettamente letterario è forse la più felice e completa di Huxley, la questione più generale dell’accesso a una realtà altra, a un’ebbrezza che consenta una percezione diversa dalla «tormentosa coscienza di essere meramente se stessi», pone incognite: «ciò che sembra un dio è in effetti un demone, ciò che sembra una liberazione è in effetti un asservimento». La posizione ambivalente di Huxley in merito a qualunque sostanza inebriante o psicoattiva, inclusa la birra, faceva però parte di una visione più complessa per cui la storia dell’umanità non poteva essere compresa prescindendo dall’insopprimibile bisogno della Grazia, di una «qualche falsa liberazione» da quella cultura senza la quale la razza umana «non sarebbe nient’altro che un’altra specie di babbuino».

Uomo di impressionante erudizione, spesso frainteso quand’era ancora in vita, dimenticato o non abbastanza ricordato dopo la scomparsa, Aldous Huxley può forse essere considerato una sorta di illuminista mistico. Per molti versi il suo percorso di intellettuale, romanziere, saggista, poeta, sceneggiatore cinematografico e studioso in genere, è paragonabile a quello degli astrofisici che sperano di ricondurre la complessità dell’universo a una sola forza, un principio unico. In tutti gli scritti di Huxley è infatti ravvisabile il tentativo di conciliare scienza e letteratura, uno scopo da lui avvertito quasi come «obbligo morale» forse per via del suo retaggio. Nato il 26 luglio 1894 in Gran Bretagna, a Godalming, contea del Surrey, Huxley apparteneva a una famiglia che pullulava di personalità illustri. Suo nonno, Thomas Henry Huxley, era un noto biologo e seguace di Darwin. Suo padre, Leonard, fu direttore di «Cornhill Magazine», la rivista fondata da Thackeray nel 1860. Il fratello Julian, scienziato, vinse il premio Nobel. Huxley era poi imparentato per via materna con il poeta Matthew Arnold e la romanziera Humpry Ward. Gli ingombranti natali furono la causa di un profondo conflitto morale e, forse, dell’atteggiamento ambivalente che lo scrittore tenne in merito a molte altre questioni nel corso della sua intera esistenza. Da un lato egli era convinto che l’appartenenza a una classe privilegiata fosse essenziale per la formazione di un individuo e, dunque, per la conquista di una vera libertà di pensiero. Dall’altro, riteneva che una società strutturata per classi fosse un modello da ripudiare anche a scapito del bene comune, e ciò spiega perché Huxley si tenne sempre a distanza dall’ambiente «superiore» in cui era nato, finendo per trascorrere gran parte della sua vita lontano dalla famiglia, prima in Italia, dove risiedette per sette anni dal 1923 al 1930, poi in giro per il mondo con la sua prima moglie, la belga Maria Nys, quindi in Costa Azzurra e infine in California che a partire dal 1937 sarebbe diventata la sua casa definitiva.

Ci furono però altri due fatti che contribuirono a formare la sua personalità. La morte per cancro della madre, avvenuta quando lo scrittore aveva quattordici anni, gettò un’ombra di disincanto, se non proprio di pessimismo, e la conquista della felicità, motivo centrale di molti romanzi e riflessioni di Huxley, si profilò con gli attributi di una chimera, qualcosa di perennemente fuggevole e transitorio. Il secondo evento traumatico si verificò due anni dopo: «Nel 1908, grazie a una borsa di studio, mi sono iscritto a Eton, con l’intenzione di diventare medico. Avevo appena iniziato a studiare biologia quando ho contratto una grave forma di cheratite e, nel giro di pochi mesi, sono diventato praticamente cieco». Huxley dovette così dimenticare il suo sogno di diventare scienziato, imparò a leggere il braille e si dedicò alla scrittura. Il che dice parecchio in merito alla sua ossessione di colmare il vuoto tra scienza e letteratura. La prima opera significativa, Punto contro Punto (1928), risale al periodo italiano e può essere intesa come una sorta di romanzo sinfonico di stampo joyciano, giocato sul contrappunto, o meglio, la contrapposizione di vari ideali, da quelli politici a quelli religiosi, toccando questioni che riguardano sesso, misticismo, arte, scienza e molto altro ancora. Il senso generale del romanzo è alquanto sconfortante: vivere per un ideale genera solo insoddisfazione e isolamento. Ma Punto contro punto è proprio un «romanzo d’idee», il primo vero tentativo da parte dell’autore di «arrivare, tecnicamente, a una fusione perfetta tra la forma del romanzo e quella del saggio». Fu questa ambizione che costò a Huxley le critiche più severe; fu per questi suoi romanzi d’idee che venne talvolta accusato di una scrittura troppo fredda e razionale, di far muovere i personaggi con la naturalezza di sagome di cartone in un teatrino di concetti. Nel complesso, Punto contro punto godette di un’accoglienza comunque positiva e regalò allo scrittore un certa notorietà, anche se fu soltanto con un altro romanzo, pubblicato quattro anni dopo, che Huxley conquistò la ribalta mondiale. Spesso accostata a 1984, l’utopia negativa di Un mondo nuovo non incontrò però i favori di George Orwell. Quest’ultimo disponeva indubbiamente di una prosa più felice dal punto di vista letterario ma era un romanziere strettamente politico, un po’ lontano dalla visione di Huxley per cui ogni conquista dell’essere umano dall’umanità doveva partire e all’umanità doveva tornare. Ma anche altri avanzarono le loro perplessità e ancora oggi alcune edizioni del romanzo riportano questo miope e ormai insostenibile giudizio di Adorno: «La costruzione di pensiero che denuncia lo Stato universale mentre esalta retrospettivamente l’universalismo che vi portò, è totalitaria essa stessa».

La verità è che Huxley fu un profeta, vide cose che soltanto adesso cominciamo a intravedere in tutta la loro drammatica attualità. Orwell, in fondo, parlava del suo presente: scrisse del Grande Fratello e dei due minuti d’odio nel 1948, dopo stermini, persecuzioni e un conflitto di apocalittica portata, in un tempo in cui Hitler era morto da poco e Stalin stava dando il «meglio» di sé. Huxley immaginò invece il suo stato totalitario mondiale sedici anni prima, quando il nazismo non era ancora salito al potere. Ma non solo. In Un mondo nuovo è descritta una forma dittatoriale molto più sottile, molto più aderente a quella che sarebbe stata l’evoluzione del potere. È una dittatura morbida, fondata sull’economia e il benessere ed è, sotto molti aspetti, perfino desiderabile. A chi non piacerebbe vivere in pace perenne, sotto una governo che offre svaghi continui, salute, affrancamento dalla vecchiaia, sesso libero e perfino droga, allorquando si presenti una fastidiosa punta di insopprimibile angoscia? Forse ci si potrebbe rammaricare che la società sia ordinata per classi e la popolazione «modellata come un iceberg; otto noni al di sotto della linea d’acqua, un nono sopra»; ma a chi importerebbe se coloro i quali si trovano sotto la linea d’acqua godono per le «sette ore e mezzo di lavoro leggero e non estenuante», senza dimenticare poi «la razione di soma — la droga possente e innocua di cui sopra — e i diporti e le copulazioni senza restrizioni e il cinema odoroso»?

Tra i tanti rapporti ambivalenti di Huxley, un posto di rilievo lo occupa quello con l’America. Già nel 1918 lo scrittore si rammaricava per «l’inevitabile accelerazione del dominio americano sul mondo»; in seguito, quando nel 1931 si recò per la seconda volta negli Stati Uniti, dichiarò che il viaggio era motivato dal bisogno di «conoscere il peggio, cosa che, credo, ognuno debba fare di tanto in tanto». C’erano tutte le basi per la condanna senza appello di un sistema che in apparenza è democratico ma di fatto pratica la censura economica: «In una democrazia capitalista, come gli Stati Uniti, la Grande Impresa cade sotto il controllo di quelle che il professor C. Wright Mills definisce élite al potere. Questa élite impiega direttamente la forza lavorativa di milioni di cittadini nelle sue fabbriche, nei suoi uffici, nei suoi negozi, altri milioni controlla, e anche meglio, prestando loro soldi perché comprino i suoi prodotti; ed essendo proprietaria dei mezzi di comunicazione di massa, influenza pensieri, sentimenti e azioni di tutti, in pratica». Nonostante ciò fu proprio in America che egli scelse di trasferirsi e fu proprio a Hollywood, da lui definito «il posto completamente agli antipodi di dove si possa vivere», che finì per morire. E proprio l’America — la California, in particolare — è all’origine di Un mondo nuovo. Huxley vi si recò per la prima volta nel 1926 e durante la traversata del Pacifico, scoprì nella biblioteca della nave My life and work, l’autobiografia di Henry Ford, altra fonte di fondamentale ispirazione per lo Stato Mondo del romanzo che è per l’appunto ambientato in un futuro dove lo spartiacque del calendario non è più la nascita di Cristo ma quella del magnate dell’automobile, un futuro dove il simbolo della croce è diventato una T, in devota memoria del primo modello prodotto integralmente secondo i metodi della catena di montaggio e del lavoro specializzato.

Come si è detto, nel nuovo Stato Mondo quasi tutto funziona ed è gradevole. I cittadini sono condizionati geneticamente per occupare serenamente il proprio posto, il governo fornisce loro la droga di cui hanno bisogno, più una quantità considerevole di svaghi e Servizi di Solidarietà che si risolvono in vere e proprie orge. L’unico problema è che in nome dei valori «Comunità, identità, stabilità», la solitudine e il pensiero individuale sono banditi e puniti con l’esilio. Ai margini di tanta appetibile civiltà ci sono le Riserve dei Selvaggi, dove la gente si sposa, fa l’amore, si ammala e invecchia come si faceva un tempo, il nostro tempo. In una di queste riserve vive John, un selvaggio che legge le opere complete di Shakespeare — ormai dimenticate nello Stato Mondo — e le cita in continuazione per commentare le cose del mondo, né più né meno come facevano i Padri Pellegrini con la Bibbia. Le parole Brave new world, il titolo inglese del romanzo, vengono proprio da Shakespeare. Sono le parole pronunciate da Miranda nel quinto atto della Tempesta: «O meraviglia! Quante creature vedo qui di grazioso aspetto. Com’è bella la razza dell’uomo. O mirabile, nuovo mondo che brulica di simili esseri!» Queste stesse parole le cita John il selvaggio quando ripensa alla prima ragazza «civile» da lui conosciuta: Lenina, «angelo in viscosa verde-bottiglia, splendente di bellezza e vitalità». Analogamente a quanto avviene nella più misteriosa e indecifrabile opera di Shakespeare, nel Mondo Nuovo l’estasi della meraviglia è offuscata dal triste presentimento che non ci sia differenza tra la materia della realtà e quella di cui sono fatti i nostri sogni, sicché al selvaggio non resterà che pagare con il suicidio per il peccato di essere rimasto abbagliato, seppur temporaneamente, dalla bellezza «pneumatica» della civiltà.

Con il passare degli anni, Aldous Huxley si concentrerà sempre più sulla meditazione filosofica. Tutto teso verso l’obiettivo di trasformare il proprio «distaccato scetticismo intellettuale in un’accettazione totale e armoniosa della vita», Huxley inizierà ad approfondire i suoi studi sulle religioni orientali e sperimentare gli effetti di LSD e mescalina sotto la guida di Humpry Osmond, lo psichiatra che coniò il termine «psichedelico». L’interesse per Le Porte della Percezione non lo distoglierà però dalla sua ossessione di sempre, la possibilità di conciliare conoscenze scientifiche e umanesimo. Aldous Huxley fu un mistico della ragione, come in fondo lo furono tanti fisici e matematici del ventesimo secolo. Non perse mai la sua lucidità, quel suo modo unico, colto e profondamente umano di puntare il dito contro i mali della modernità; mantenne sempre fede al principio di «raggiungere l’autotrascendenza rimanendo comunque un essere sociale impegnato». Divenne un guru per i figli dei fiori guadagnandosi un posto nel disco più famoso di quell’epoca di «new brave illusion», Sergeant Pepper dei Beatles. Non visse abbastanza a lungo per godere di una simile beatificazione. D’altronde chi può dire se avrebbe approvato? Forse il modo in cui avrebbe voluto essere ricordato è un altro. Forse, quest’uomo eccezionale del secolo scorso avrebbe desiderato che tenessimo a mente quanto disse, poco prima di morire, agli scienziati riuniti in un convegno a Santa Barbara: «Sono molto imbarazzato perché ho lavorato per quarant’anni, studiando di tutto, facendo esperienze, viaggiando per il mondo, e tutto quello che posso dirvi è soltanto di essere un po’ più gentili l’uno con l’altro».

giovedì 26 settembre 2013

La verità dietro "Il Potere e la Gloria" di Graham Greene

Paolo VI e il romanzo di Graham Greene

Il potere, la gloria e il realismo di Montini


Per il futuro Paolo VI il romanzo di Graham Greene sul “prete dell’acquavite” era apologetico. E negli anni Cinquanta lo difese quando rischiò di finire all’Indice. Un episodio rimasto sconosciuto fino a pochi mesi fa


di Gianni Cardinale
La prima edizione italiana de Il potere e la gloria è del 1945 (Mondadori). La copertina raffigura Graham Greene e una chiesetta cattolica nel nord del Messico.
Il 13 luglio del 1965 Paolo VI riceve in udienza privata Graham Greene. La notizia viene annunciata sulBollettino della sala stampa vaticana e riportata dall’Osservatore Romano. Successivamente lo scrittore inglese raccontò che durante il colloquio tra i due si era parlato anche de Il potere e la gloria, il romanzo più celebre dell’autore convertitosi al cattolicesimo nel 1926. Il Papa accennò al fatto di aver letto il romanzo e lo scrittore gli disse che il libro era stato “condannato” dal Sant’Uffizio. Al che Paolo VI rispose con un sorriso: «Mr. Greene, certe parti del suo romanzo non possono non offendere alcuni cattolici, ma lei non dovrebbe attribuire alcuna importanza a questo».
Tutto fa pensare che in questa udienza del ’65 papa Montini non abbia fatto cenno al suo intervento a favore del Il potere e la gloria di dodici anni addietro (se lo avesse fatto è facile immaginare che Greene ne avrebbe dato una adeguata pubblicità). Eppure quando agli inizi degli anni Cinquanta lo sguardo vigile del Sant’Uffizio, forse per eccesso di zelo di qualche ecclesiastico, si posò su Il potere e la gloria, lo scrittore inglese trovò un avvocato difensore di tutto rispetto proprio in monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI.
La storia delle traversie inquisitoriali del celebre romanzo era in parte già conosciuta. Ma dettagli importanti, come appunto l’intervento di Montini a difesa di Greene, sono stati recentemente rivelati dallo storico neozelandese Peter Godman, docente nella nota Università tedesca di Tubinga, con un articolo apparso nel numero di luglio dello scorso anno della rivista statunitense The Atlantic monthly, e, più diffusamente, nel volume recentemente pubblicato Die geheime Inquisition. Aus den verboten Archiven des Vatikans (List, München, pp. 309-333). Godman ha avuto modo di studiare il dossier riguardante Greene conservato nell’archivio segreto della Congregazione grazie alla parziale apertura dello stesso archivio operata alcuni anni fa dal cardinale Joseph Ratzinger.
Ma vediamo gli antefatti dell’intervento montiniano. Il romanzo The power and the glory esce nel ’40. Racconta la storia di un sacerdote ubriacone e padre di una figlia illegittima, che, però, nel clima violentemente anticlericale del Messico degli anni Trenta e a rischio della propria vita, continua a celebrare messa e ad amministrare i sacramenti; finché, catturato dai persecutori, muore da martire. Nel ’47, dal romanzo viene tratto anche un film (The fugitive) interpretato da Henry Fonda e con la regia di John Ford.
I particolari scabrosi del libro non piacciono a tutti. Nel mondo cattolico c’è chi storce la bocca, tanto che l’opera di Greene si trova al centro di polemiche, soprattutto in Francia. Così, verso la fine degli anni Quaranta, cominciano ad arrivare al Sant’Uffizio richieste di occuparsi del caso e nell’aprile del ’53 il dicastero vaticano incarica due consultori di “recensire” Il potere e la gloria. Il verdetto dei due prelati è sostanzialmente negativo: si tratta di un «libro triste», con una «propensione abnorme» verso situazioni di immoralità sessuale. In nessuno dei due “voti” comunque si chiede una condanna formale o la messa all’Indice del volume, anche perché un esito del genere causerebbe una ribellione generale nel mondo culturale e non solo; si ritiene sufficiente una ammonizione a Greene da parte del suo vescovo con tanto di invito a scrivere, in futuro, usando toni differenti, meno morbosi e più edificanti.
Proprio in questo contesto c’è l’intervento di monsignor Montini, pro-segretario di Stato per gli Affari generali, con una lettera confidenziale al cardinale-segretario Giuseppe Pizzardo, che si trova in quel momento alla guida del Sant’Uffizio (affiancato dal pro-segretario, cardinale Alfredo Ottaviani). La lettera è del 1° ottobre del ’53 ed è scritta in previsione della riunione della Congregazione fissata per il 12 successivo in cui si sarebbe discusso del caso Greene. Montini elogia Il potere e la gloria («opera di singolare valore letterario», che ha un merito «altamente apologetico», cfr. box) e chiede un terzo “voto”, proponendo che venga scritto da monsignor Giuseppe De Luca, illustre ecclesiastico dell’epoca, noto per le sue importanti amicizie nel mondo della cultura e della politica. In effetti De Luca il 30 novembre produce un suo “voto”, in cui si dichiara assolutamente contrario ad ogni intervento, anche per non danneggiare il prestigio della Chiesa cattolica in Gran Bretagna (che oltretutto annovera tra i suoi fedeli proprio il convertito Greene) e per non dare un’immagine di arretratezza del Vaticano. Ma è troppo tardi. Il 17 novembre il Sant’Uffizio ha già scritto una lettera al cardinale Bernard Griffin di Westminster: si tratta di un invito a notificare a Greene il giudizio negativo del Sant’Uffizio su Il potere e la gloria e a chiedergli di non autorizzare ulteriori edizioni o traduzioni del romanzo senza che ci fossero delle adeguate correzioni nel testo.
Giovanni Battista Montini negli anni 
in cui era in Segreteria di Stato
Giovanni Battista Montini negli anni in cui era in Segreteria di Stato
Il porporato inglese emana immediatamente una lettera pastorale contro «alcune tendenze nella letteratura contemporanea», in cui però Greene non viene citato esplicitamente. Pochi mesi dopo, nell’aprile ’54, Griffin riceve Greene in privato e gli comunica le osservazioni contenute nella missiva del Sant’Uffizio.
Un mese dopo questo incontro, il 6 maggio, l’autore inglese scrive una lettera, in francese, al cardinale Pizzardo. Il professor Godman nel suo volume (pp. 330-332) ne riproduce la fotocopia. Il testo è un piccolo capolavoro diplomatico in cui Greene, con uno stile quasi curiale, sa quali corde toccare per evitare guai senza pagare uno scotto eccessivo. Lo scrittore infatti si scusa del ritardo, specificando che è dovuto a un viaggio in Asia dove è stato testimone delle «difficoltà che conoscono gli eroici cattolici d’Indocina di fronte alla minaccia comunista»; manifesta, da cattolico, «i più vivi sentimenti di attaccamento personale nei confronti del Vicario di Cristo, nutriti particolarmente dell’ammirazione per la saggezza con cui il Santo Padre guida costantemente la Chiesa di Dio», aggiungendo di essere stato «sempre vivamente impressionato dalla alta spiritualità che caratterizza il governo di Pio XII» e ricordando di aver avuto «l’onore di una udienza particolare durante l’anno santo 1950»; riguardo a Il potere e la gloria Greene chiarisce che «lo scopo di questo libro è di opporre la forza dei sacramenti e l’indistruttibilità della Chiesa da una parte, e, dall’altra parte, il potere puramente temporale di uno Stato essenzialmente comunista»; spiega, però, che il romanzo «è stato pubblicato da 14 anni e che di conseguenza i diritti di pubblicazione sono passati dalle mie mani a quelle di numerosi editori di differenti Paesi»; quindi «le traduzioni cui la lettera di sua eminenza fa allusione sono apparse nella maggior parte dei casi già da più anni e che non è prevista alcuna nuova traduzione»; assicura poi «il profondo rispetto che mi ispira ogni comunicazione proveniente dalla Sacra Congregazione dell’Indice» (questa Congregazione in realtà era stata abolita nel ’17 e incorporata nel Sant’Uffizio, anche se l’Indice dei libri proibiti è esistito fino al ’66); si firma infine «suo umilissimo e devotissimo servitore Graham Greene».
La missiva di Greene ha successo. Nella riproduzione della lettera si legge infatti la seguente annotazione fatta a penna dal Sant’Uffizio in data 31 maggio: «Il card. Griffin ha parlato della cosa con il card. pro-segretario [Ottaviani] dicendo che bisogna comprendere e scusare l’Autore data la sua educazione e la successiva conversione». Così finisce l’avventura inquisitoriale de Il potere e la gloria senza una condanna ufficiale e senza che nelle ulteriori edizioni e traduzioni l’autore abbia dovuto cambiare qualcosa del testo. Tanto che Greene stesso, proprio nell’introduzione di una successiva ristampa del romanzo, riconoscerà che «il prezzo della libertà, anche nella Chiesa, è l’eterna vigilanza, ma io mi domando se uno qualsiasi degli Stati totalitari, sia di destra o di sinistra, mi avrebbe trattato con la stessa gentilezza quando mi rifiutai di rivedere il libro con il cavilloso pretesto che il copyright apparteneva ai miei editori...».